_“La nuova agenda urbana individua due leve chiave per gestire la complessità della crescita urbana: la costruzione di una governance adeguata e la pianificazione dello sviluppo  spaziale”_

Le città hanno assunto funzioni e responsabilità determinanti in ambiti quali salute, ambiente, mobilità, abitazioni e lavoro, che incidono profondamente sulla qualità della vita delle persone. Nella Conferenza Habitat III dell’Onu, è stata approvata la New urban agenda (Nua). L’Ue aveva giocato d’anticipo, con l’approvazione, a maggio, della sua agenda urbana, che comprende 12 obiettivi. Questi atti di indirizzo, per quanto non abbiano un valore normativo diretto, sono destinati a influenzare profondamente le politiche e le strategie nazionali sulla tematica urbana Il nuovo protagonismo urbano che ha visto le città assumere funzioni e responsabilità in ambiti quali salute, ambiente, mobilità, abitazioni e lavoro, negli ultimi anni è stato riconosciuto in una serie di accordi internazionali.

A settembre 2015 l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha approvato gli obiettivi di sviluppo sostenibile per il quindicennio, che ne comprendono uno specifico, il numero 11, sulle città “inclusive, sicure, resilienti, sostenibili”, anche se la dimensione urbana permea anche gli altri 16. A ottobre 2016, nel corso della Conferenza Habitat III delle Nazioni Unite, è stata approvata la nuova agenda urbana, che coniuga urbanizzazione e sviluppo sostenibile. La nuova agenda urbana individua due leve chiave per gestire la complessità della crescita urbana: la costruzione di una governance adeguata e la pianificazione dello sviluppo spaziale. Temi fondamentali anche nel contesto europeo e italiano. Riguardo al primo, la stratificazione e talvolta sovrapposizione di competenze fra diversi livelli amministrativi comporta necessariamente una governance multilivello nella maggior parte delle materie in cui i Comuni operano, laddove i cittadini individuano proprio nel livello a loro più vicino la responsabilità primaria. Riguardo al secondo, attraverso la pianificazione territoriale i Comuni sono (o dovrebbero essere) in grado di favorire la compattezza urbana e un mix di funzioni, anche ai fini di una mobilità sostenibile e di una limitazione dell’uso del suolo per ridurre la vulnerabilità e aumentare la resilienza. Per supportare le politiche urbane e indirizzarle, sia verso la realizzazione degli obiettivi di sviluppo sostenibile sia, verso l’implementazione della nuova agenda urbana è fondamentale disporre di dati e indicatori a livello urbano.

Le città soffrono problemi di congestione, inquinamento e vulnerabilità fisica e sociale, con alcune città italiane in situazioni particolarmente critiche, ad esempio per quanto riguarda i danni causati dallo smog in pianura padana. Ma le città godono anche di economie da agglomerazione grazie alla presenza di infrastrutture, università, associazioni, ecc. e, più in generale, si dimostrano più accessibili, efficienti e competitive in molte funzioni, con Milano in posizione di leadership. Allo stato attuale, tuttavia, la varietà di indicatori proposti per misurare le dimensioni urbane più significative, può portare a confronti e classifiche opinabili (basti pensare alle diverse graduatorie sulle smart city).

Tra gli indicatori urbani monodimensionali più utilizzati vi è l’emissione carboniosa pro capite, in cui le città dell’Europa occidentale si collocano in una buona posizione (in media 6,5 tonnellate di CO2 all’anno, rispetto a 15,6 delle città nazionali hanno proposto set di indicatori o indicatori compositi e sintetici, tra cui l’UneceItu con gli Smart sustainable cities indicators, i Global city indicators facility dell’Università di Toronto, l’European green capital award e la City prosperity initiative di Un Habitat, a cui collabora anche l’osservatorio green economy del centro di ricerca Iefe-Università Bocconi.

Gli indicatori sono utili anche per attestare l’affidabilità finanziaria, supportare la pianificazione e il monitoraggio di piani e progetti, rendicontare i risultati ai cittadini e migliorare la gestione amministrativa. Una delle maggiori criticità per le amministrazioni comunali è il gap fra le responsabilità di spesa e le entrate derivanti dalla fiscalità locale. Tale divario non consente una piena accountability di chi ha responsabilità nel governo e nella gestione cittadina.

Solo un sistema di federalismo fiscale può davvero permettere ai cittadini di valutare la qualità dell’azione dei governi locali e di premiarli o punirli consapevolmente al momento del voto. Deve inoltre essere chiaro che la leva fiscale non costituisce affatto l’unico strumento di finanziamento delle opere e dei servizi urbani. Esiste un menù di alternative di finanziamento, di cui in particolare due direzioni risultano molto promettenti.

La prima è il ricorso a capitale privato, con meccanismi di project financing, in cui i ricavi derivanti dalla gestione per un certo lasso di tempo ripagano i costi; la seconda è il pieno riconoscimento dei costi (o dei benefici) ambientali all’interno dei prezzi, in modo che chi è responsabile di un danno (o beneficia di un servizio ecosistemico), se ne debba far carico. Ma gestire questi strumenti innovativi richiede un ammodernamento complessivo della Pa che l’Italia aspetta da troppo tempo.